Vitti na Crozza - di Marco Travaglio

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E così se n’è andato anche Maurizio Crozza. Fuori un altro. La televisione generalista, quella che dovrebbe parlare di tutto a tutti, e gratis o quasi, ha perso ieri un altro dei suoi protagonisti, il suo ultimo attore satirico superstite. Crozza passa da La7 a Discovery Channel, una delle tante tv tematiche dove ogni giorno fuggono sempre più telespettatori, al seguito dei volti più noti e amati del teleschermo, spesso cresciuti e allevati in Rai e in Mediaset e poi costretti a emigrare altrove. Vent’anni fa erano tutti rintracciabili pigiando uno dei sei pulsanti del telecomando. Ora tutti dal settimo in poi. Qualcuno dirà: è la concorrenza, bellezza. Non bestemmiamo: la concorrenza non c’entra. C’entra la politica. Rai e Mediaset hanno le risorse per potersi permettere chi vogliono, almeno nell’aristocrazia del giornalismo, della satira e dell’intrattenimento: quella che garantisce ascolti alti e introiti pubblicitari proporzionati. Perché Enrico Mentana, di gran lunga il miglior direttore di telegiornale, non viene conteso fra la Rai (dove iniziò la sua carriera televisiva al Tg2) e Mediaset (dove creò il Tg5 nel 1992 e dovette sloggiare nel 2009, dopo aver invitato Di Pietro a Matrix)?Ma soprattutto: perché Rai e Mediaset in tutti questi anni non hanno prodotto un solo direttore di tg paragonabile a lui? Perché, per quanto prudente e uomo di mondo sia, Mentana non è controllabile. E così oggi, a dirigere i tg pubblici e privati, ci sono giornalisti quasi tutti molto meno capaci, ma molto più ubbidienti di lui. Basta andare in emeroteca e sfogliare i programmi tv di 25 anni fa. Rai e Mediaset erano lottizzate, eppure ogni sera si alternavano giornalisti come Montanelli, Biagi, Santoro, Zavoli, Minoli, Lerner, Barbato, Ferrara, Funari, Feltri, Gruber, Zucconi, Bisiach, Augias, Vespa, Deaglio, Annunziata, Cugia, Beha, Gabanelli; satiristi tipo Fo, Grillo, Benigni, i fratelli Guzzanti, Luttazzi, Paolo Rossi, Ricci, Chiambretti, Albanese; grandi intrattenitori come Arbore, Celentano, Dandini, Fazio. Molti di loro inventavano format e soprattutto facevano scuola e insegnavano ad altri il mestiere. Il ricambio era assicurato, e non di rado gli allievi superavano o eguagliavano i maestri. Crozza, all’epoca, era intruppato nel gruppo genovese dei Broncoviz: aveva debuttato in Rai e poi fece fortuna come solista a Mai dire gol (Italia 1), grande palestra di comicità e di satira grazie alla Gialappa’s Band. Cos’è rimasto di quella televisione? Niente. L’editto bulgaro berlusconiano del 2002 diede la prima raffica.Ma fece molto comodo a chi venne dopo: infatti il centrosinistra più triste, funereo, antipatico e allergico all’ironia della faccia della terra si guardò bene dal mandare alla Rai gente capace di riportarvi il meglio che c’era sul mercato. Chi si rifugiò nei teatri, chi nelle pay tv, chi nel cinema, chi nel web, chi nei libri, chi nella politica (Grillo), chi a casa propria aspettando tempi migliori. Si dirà: inutili nostalgie, il tempo passa, tutti invecchiano. Mica tanto. Crozza, su una rete libera ma semiclandestina come La7, triplicava o quadruplicava gli ascolti medi, sia col suo Show del venerdì, sia con la sua copertina a DiMartedì. E fa il pienone in tutti i teatri. Corrado Guzzanti ha appena prodotto per Sky un gioiellino come Dov’è Mario?. Sabina riempie anche lei i teatri con i suoi monologhi e distilla sul suo TgPorco sketch irresistibili come quello, ormai virale in Rete, di Lucia Annunziata che intervista Maria Elena Boschi sul “pumeranc tel reverentum”. Luttazzi, se solo qualcuno lo facesse lavorare in libertà, chi non pagherebbe per rivederlo? E si potrebbe continuare. Quando qualcuno traccerà finalmente il bilancio dei danni di questo ventennio, che passa per berlusconiano anche se B. ha governato 10 anni su 20, dovrà mettere in conto la progressiva desertificazione della tv da ogni talento geniale, da ogni pensiero eccentrico, da ogni personalità originale. Un danno che non si misura soltanto sull’oggi, ma anche e soprattutto sul domani, visto che i big nati e cresciuti negli anni 70 e 80 non lasceranno né eredi né successori. E nessuno inventa più un format: si preferisce importarli dall’estero.I politicanti travestiti da direttori di rete e di tg o da capistruttura hanno piallato, livellato, cloroformizzato tutto, a immagine e somiglianza dei loro mandanti, terrorizzati dal talento che è sinonimo di libertà e aggrappati alla mediocrità che vuol dire obbedienza. Oggi chi vuol mettere il becco nel grande schermo sa quel che deve e soprattutto quel che non deve fare. Tant’è che gli editti e le censure sono diventati inutili: basta e avanza l’autocensura, col pilota automatico. Immaginate, per un attimo, se Carlo Freccero – o uno come lui – fosse ancora a Rai2 e Angelo Guglielmi – o uno come lui – a Rai3. Con quel che accade in Italia, avrebbero solo l’imbarazzo della scelta per rimettere in piedi una versione moderna di Avanzi, di Tunnel, de L’Ottavo nano, per accompagnare con la satira un evento così politicamente cruciale come il Referenzum sulla nuova Costituzione scritta a quattro mani dalla Boschi e da Verdini. Cioè a quattro piedi. Invece niente. Alla Rai, mentre l’apposito Campo Dall’Orto sfodera piani editoriali-supercazzola un filo meno comprensibili di un decreto Milleproroghe, la satira è totalmente abolita, a reti unificate (al confronto Mediaset, con Striscia e Le Iene, fa un figurone). Restava Crozza su La7, e ora emigra anche lui. Non perché Discovery Channel abbia vinto un’asta all’ultimo milione con Rai e Mediaset per aggiudicarselo: ma perché non lo voleva nessun altro. A parte il pubblico, naturalmente, che per questa televisione conta quanto gli elettori per i politici che la controllano: un po’ meno di zero.

 

Fqpiccolo

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