L’allarme sul collasso del pianeta, inascoltato dal ‘72

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I ragazzi che gridavano al lupo, alla fine, erano ottimisti. Dicevano: se smettiamo di maltrattarlo, il pianeta resterà sano. Sappiamo com’è andata. Nell’America del 1972 intitolare un libro I limiti dello sviluppo era come bestemmiare in chiesa. Nella terra delle opportunità non esisteva problema che la tecnologia non potesse risolvere. E invece arrivavano questi ricercatori del Massachusetts institute of technology, età media ventisei anni, a mettere nero su bianco il contrario. In un rapporto con dodici possibili scenari in cui si simulava, grazie ad antidiluviani computer, quando rischiavano di finire il petrolio, l’ossigeno e il cibo. Era un ragionevole avvertimento (le risorse non sono infinite, abbiamone cura), fu scambiato per una fatwa (ricordati che devi morire). Che scandalizzò – come il documentario Ultima chiamata di Enrico Cerasuolo (domani presentato a CinemaAmbiente) illustra bene – l’ortodossia economica battezzando un concetto che ha fatto strada: la sostenibilità.

Dietro alla denuncia, che vendette 12 milioni di copie e restò per anni nella classifica dei bestseller di mezzo mondo, c’era un italiano. Di quelli da esportazione, che incrociano l’età dell’oro olivettiana, azienda di cui è stato presidente. Aurelio Peccei era un industriale philosophe, torinese, antifascista, membro di Giustizia e libertà. Uno che, giovanissimo, fa tutta la carriera in Fiat, fino in America latina. Poi fonda la sua società di consulenza e a un certo punto si convince che far crescere i bilanci non è tutto. Così nel ‘68 fonda il Club di Roma, un gruppo di ex-capi di stato, accademici e grandi manager che hanno nella loro ragione sociale la «preoccupazione per il futuro dell’umanità». Un pensatoio che quattro anni dopo dà alle stampe, grazie al contributo finanziario della fondazione Volkswagen, il libro bianco firmato da Donella e Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il cui succo è: se l’umanità fosse continuata a crescere ai ritmi dell’epoca sarebbe andata incontro a un collasso verso metà del ventunesimo secolo.

Fin qui tutto bene, ripete a ogni piano l’uomo che cade dal grattacielo. Il mondo, già allora, sembrava muoversi troppo alla svelta e nella direzione sbagliata. Gli eretici del Mit si incaricano di dimostrare quell’intuizione. Una mano importante la dà Jay Forrester, inventore dei primi calcolatori e della memoria Ram che fa funzionare i nostri pc, oltre che padre della dinamica dei sistemi. Conosce Peccei in una riunione del Club a Berna e gli mette a disposizione il suo modello di calcolo, che sarà alla base dei Limiti. Il concetto di cambiamento climatico antropocentrico, causato dall’uomo, nasce allora. Le variabili analizzate sono popolazione, produzione di cibo, produzione industriale, consumi di risorse non rinnovabili e inquinamento. Gli scienziati inseriscono i dati e ottengono proiezioni. Che vanno, per sdrammatizzare allenianamente, «dal terribile al miserrimo». A meno che non si cambi strada.

La grande stampa e buona parte dell’accademia ridicolizza l’allarme. Puntando molto sulla sua genesi informatica. La recensione di Foreign Affairs s’intitola «Il computer che stampò al lupo». In quella del New York Times si legge: «Pseudoscienza. Se infilate spazzatura, uscirà spazzatura». Però è impossibile ignorarlo. Peccei incontra Zbigniew Brezinszki, il consigliere di Carter, e deve fargli buona impressione. Di lì a poco il presidente pronuncia un discorso liberamente ispirato: «Di più, quando è riferito a produzione, non è necessariamente meglio». Poi arriva Reagan, che invece prende il libro di petto: «Non ci sono limiti alla crescita quando gli uomini sono liberi di seguire i propri sogni». Più o meno ciò che dirà Bush padre a Kyoto, nel 2008. Servirà aspettare Obama per riprendere il discorso iniziato dai Limiti: «La minaccia del cambiamento climatico è seria e peggiora. Bisogna affrontarla per evitare una catastrofe irreversibile».

Dennis Meadows, nel documentario con la barca incanutita nella sua casetta nel Vermont, ha perso molte delle speranze di allora: «Quarant’anni fa sarebbe stato facile correggere la direzione. Oggi è troppo tardi. Possiamo giusto imparare ad adattarci». Randers, tornato nei natii boschi norvegesi, ha appena pubblicato 2052, un saggio in cui prevede per quella data un aumento di due gradi della temperatura. Se le contromisure non saranno drastiche, e dovesse salire di 3, le tundre comincerebbero a sciogliersi, troppo metano finirebbe nell’atmosfera, e via rovinando. «Il grande merito di quegli scienziati» dice il regista Cerasuolo, che ha evitato il ginepraio delle polemiche scientifiche dell’epoca, «è di aver visto tra i primi l’interconnessione tra le crisi, climatiche, economiche, sociali. Un risultato non da poco, dal momento che anche oggi l’ultima crisi distoglie da quella precedente».

Il problema principale è ancora il breveterminismo. Fare la cosa giusta oggi potrebbe costare a un politico la poltrona domani. Meglio far finta di non sapere. Il Club di Peccei, morto nell’84, voleva proprio «ribellarsi contro l’ignoranza suicida della condizione umana». Il capitolo «risorse» di Limiti ha peccato per eccesso. Gli Stati uniti dovevano avere un ventennio di riserve, diventate cento per la singola scoperta del fracking, la controversa tecnica di estrazione dei gas di scisto. Possiamo discutere dei costi (alti) sull’ambiente, ma se c’è una domanda, le tecnologie si inventano spesso un’offerta. Il capitolo «inquinamento» invece risulta puntualissimo. La capacità della terra di assorbire i prodotti di scarto di un capitalismo sempre più vorace si assottiglia ogni giorno. Ghiacciai ai minimi. Oceani acidi. Ordinari uragani. Qualcuno, a un certo punto, nel film si chiede: «Se aveste 30 giorni per salvare pianeta, non lo fareste prima del ventinovesimo?». Molto difficile dissentire.

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