martedì 25 marzo 2008

LA DAMA CON ERMELLINO - Leonardo da Vinci

LA DAMA CON ERMELLINO (1488-1490)

Leonardo da Vinci (1452-1519)

Museo Czartorjski – Cracovia

XV e XVI secolo

Tela cm. 55 x 40,4

L’opera, in alto a sinistra, presenta un’iscrizione apocrifa “La belle Ferronière Leonard d’Avinci”, scritta che, in base agli stessi errori ortografici, testimonia la sua origine polacca.
Sappiamo che la tela fu acquistata in Francia durante gli anni della Rivoluzione e si suppone che si tratti della raffigurazione di Cecilia Gallerani, una delle amanti di Ludovico il Moro, ipotesi rafforzata dalla presenza dell’ermellino, emblema degli Sforza, ed adottato probabilmente da Leonardo per quella tendenza a far coesistere la realtà con il registro simbolico.

Nel 1487 Leonardo lascia Firenze per Milano, dove aveva soggiornato brevemente nel 1482, per entrare al servizio di Ludovico Sforza, detto il Moro. La partenza è provocata da aspre polemiche con l’Accademia neoplatonica fiorentina che lo ritiene “illetterato” e quindi degno di essere annoverato tra i propri pittori, intellettuali e artisti. Leopardo si allontana anche da un ambiente scettico e troppo raffinato, esageratamente affollato, in quella felice epoca, di geni e impulsi creativi.

A Milano, alla corte degli Sforza, diventa il maestro per eccellenza, stimato e rispettato, mentre il suo noto interesse per le speculazioni scientifiche viene stimolato dall’amicizia con Luca Pacioli. Pittore e scultore, realizza anche scenografie e macchinari teatrali, apparati e complicati congegni per feste, giostre e spettacoli di corte. Leopardo raduna attorno a sé una folta schiera di allievi con i quali riesce a creare un ambiente cordiale e amichevole.
Questo raffinatissimo ritratto di DAMA CON ERMELLINO appartiene ai primi anni del suo soggiorno milanese.

Si tratta probabilmente di una delle prime opere che Leopardo dipinge alla corte degli Sforza; la nobile pacatezza della raffigurazione fa capire che l’artista ha per il momento accantonato certi comportamenti visionari che avevano caratterizzato l’inquietudine delle sue prime opere fiorentine. L’artista si lascia andare ad una contemplazione della giovane donna che, totalmente intrisa di luce, viene colta in una fase di assorta concentrazione e solo la nervosità della mano che trattiene il simbolico animale denuncia la ipersensibilità drammatica propria di Leopardo. In quest’opera egli inizia ad abbandonare la complessa dinamica della luminosità, cara alle ultime opere di Donatello, per andare verso un affinamento degli effetti di luce ed una più sottile ricerca di passaggi tra luce ed ombra.

La critica, come spesso accade in assenza di firma, è divisa sull’attribuzione del dipinto. Alcuni critici vi vedono la mano del Boltraffio, altri quella del De Predis; tuttavia la maggioranza vi ravvisa le caratteristiche proprie di Leonardo e del celebre “sfumato”.

Queste divergenze sono comunque comprensibili poiché gli artisti citati sono stati tutti suoi allievi, molto legati al maestro anche dal punto di vista umano, e sebbene incapaci di penetrarne a fondo il genio, nelle loro opere si ritrova l’influenza decisiva delle sue lezioni pur spesso banalizzate dall’uso superficiale e ripetitivo dello “sfumato”.

0 commenti: